Acciaio di montagna

BORGO VALSUGANA

Lo sviluppo industriale della Bassa Valsugana, dagli anni Sessanta in poi, ebbe un andamento segnato da evidenti contraddizioni. Tra il 1961 e il 1970 si erano insediate 20 aziende manifatturiere, che nel 1974 davano lavoro a circa 1200 persone.

Al fine di favorire l’insediamento di nuove industrie, nel 1961 fu costituito un apposito Consorzio, di durata decennale, tra i 16 Comuni interessati. Non fu uno sviluppo omogeneo e lineare, ma a macchia di leopardo, tanto che il Comune di Grigno nel 1967 minacciò l’uscita dal Consorzio, deluso dalla scarsa attenzione rivolta all’economia del suo territorio: ancora nel 1972, il giornale Alto Adige scriveva “la zona industriale c’è, mancano solo le fabbriche!”.

Non va dimenticata la drammatica alluvione del 1966, che sconvolse tutto il Trentino e che in Valsugana ebbe effetti devastanti, colpendo anche le aziende presenti sul territorio.

È in quel contesto che avanzò e si fece sempre più forte la proposta di insediare in valle un grande stabilimento industriale legato alla produzione dell’acciaio, che imprimesse una forte accelerazione alle dinamiche occupazionali e desse centralità produttiva ad un territorio che stentava a trovare una propria via allo sviluppo economico. La proposta non mancò fin da subito di suscitare un confronto, spesso aspro e acceso, tra fautori dell’industrializzazione e altre istanze che mettevano al centro la necessità della tutela paesaggistica e ambientale.

Il dibattito di allora ha molte caratteristiche in comune con gli argomenti e i toni che ancora oggi si usano per difendere o contestare la presenza dell’acciaieria nel territorio di Borgo Valsugana: timori per la salute dei cittadini e salvaguardia dell’occupazione, criticità paesaggistiche e centralità dello sviluppo industriale sono – oggi come allora – i poli su cui si articolò un confronto che, al netto delle posizioni preconcette e di pregiudizi di entrambi gli schieramenti, rifletteva bisogni sociali, tensioni politiche e preoccupazioni tutt’altro che banali e manichee.

Il socialista Walter Micheli, futuro vicepresidente della Provincia nei governi del “centrosinistra” provinciale che seguirono la tragedia di Stava, nel novembre 1970 scriveva su L’Avanti: “Il problema a questo punto non è evidentemente quello di rifiutare l’insediamento, ma di costringere l’azienda a mettere in atto tutti quegli accorgimenti atti a tutelare la salute dei cittadini e dei lavoratori della fabbrica senza alterare le condizioni ambientali e paesaggistiche indispensabili al rilancio della prevalente attività turistica oggi tra l’altro in crisi in alcuni comuni della Valsugana”.

Anche il direttivo di Borgo delle ACLI prese una posizione nettamente favorevole all’insediamento dell’acciaieria, non riconoscendo fondato un “supposto pericolo per la salute degli abitanti della zona, nonché un possibile pregiudizio allo sviluppo turistico di alcuni centri a ciò particolarmente interessati quali, ad esempio, Roncegno, il tutto non disgiunto da un sicuro influsso negativo sulle caratteristiche paesaggistiche e ambientali della valle”, valutazioni che erano emerse in modo chiaro soprattutto tra gli operatori turistici. Chiedeva dunque che si proseguisse nelle trattative per insediare lo stabilimento, “affinché la nuova industria venga ad offrire gli auspicati nuovi posti di lavoro a sollievo della disoccupazione e quale alternativa all’ancor così diffuso triste fenomeno della emigrazione della manodopera maschile della valle”.

La tesi che prevalse si concretizzò in quello stabilimento che ancora oggi costituisce una presenza ormai familiare per chi abita o transita in valle: nel 1973 cominciò l’innalzamento delle prime strutture portanti, e nel 1976 l’acciaieria di Borgo entrò definitivamente in funzione.

Nel dibattito che ancora oggi scalda le menti e i cuori di cittadini e amministratori, possiamo forse intravedere la traiettoria del suo controverso futuro.

Foto colori: Luca Chistè