La bella impresa

TRENTO

Diceva Carlo M. Cipolla, storico dell’economia, che è impensabile fare “cose belle che piacciono al mondo” in un posto non bello, sintetizzando in poche parole uno dei più grandi problemi legati allo sviluppo industriale: si può immaginare una fabbrica esteticamente bella, oltre che funzionale alla produttività?

Un luogo ben costruito, adeguato al paesaggio circostante, consono alle esigenze di chi vi lavora e della comunità che vi vive intorno? In tempi recenti, sempre più si è cominciato a porre attenzione al tema della qualità architettonica dei siti industriali, ma in Italia purtroppo i casi virtuosi di fabbriche e “luoghi del lavoro” costruiti con attenzione ai criteri estetici, tanto interni – rivolti al benessere di chi vi lavora – quanto esterni per inserire il costruito in modo coerente al contesto urbanistico ed ambientale – non sono ancora moltissimi. Antesignano di un’attenzione all’integrazione tra qualità del lavoro e degli spazi in chiave produttiva industriale, fu l’imprenditore di Ivrea Adriano Olivetti, che concretizzò nelle sue fabbriche le teorie elaborate quale presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica già a partire dal secondo dopoguerra.

Certamente lo sviluppo industriale della seconda metà del Novecento non ha posto grande priorità a questi elementi, sacrificando troppo spesso la tutela paesaggistica e la qualità edificatoria alle necessità di un’espansione tumultuosa, funzionale alla produzione, alla creazione di posti di lavoro, alla redistribuzione e – in alcuni casi – anche alla mera speculazione. La fabbrica per lunghi decenni è stato semplicemente il luogo dove si lavorava per produrre, uno spazio decontestualizzato, alieno al territorio e molto spesso alla stessa immagine aziendale. Stupisce quindi trovare, nei fondi archivistici relativi a industria e lavoro, un servizio fotografico nel quale la fabbrica diventa il soggetto principale, non un dettaglio di un paesaggio ampio, e non in chiave di ricerca o denuncia, ma quasi come medium per promuovere l’azienda e comunicarne l’identità. È il caso della Nones, un’azienda trentina che per diversi decenni è stata leader di mercato nel settore dei serramenti e chiusure metalliche, la cui sede si trovava a Spini di Gardolo, in un’area attualmente ancora destinata alla produzione industriale. Le foto, nelle quali compare il “capitano d’impresa” ritratto in posa davanti allo stabilimento, sembrano raccontare l’orgoglio di un’azienda che, non a caso, aveva provato a fare dell’innovazione – di prodotto, di processo e di commercializzazione – un punto di forza. Raccontano però anche dell’inizio dell’espansione urbanistica delle aree industriali a Spini di Gardolo, ancora oggi una delle principali aree produttive trentine: un’espansione non sempre frutto di un disegno unitario e coerente, di cui oggi – a mezzo secolo di distanza rileviamo gli aspetti più problematici. Ma nel 1971, nel pieno boom industriale trentino, un piano americano dell’imprenditore, un paio di vedute aeree, un campo lungo sulla facciata dello stabilimento, una fotografia d’interni sui macchinari all’avanguardia, raccontavano la “bella impresa” di un’azienda che, all’epoca, guardava lontano.

Foto colori: Luca Chistè