La città industriale

ROVERETO

Se c’è una città in Trentino che ha legato la sua storia all’industria, quella è sicuramente Rovereto. In una provincia che, ancora a metà del secolo scorso, basava la sua economia sul settore primario, la città della quercia andò conquistandosi il ruolo di “capitale industriale” del Trentino.

Ma è una storia che parte da più lontano, e affonda le radici in quella fase di protagonismo economico dei municipi che fu garantito e incentivato dalla legislazione austriaca, la quale – garantendo ai centri urbani specifici statuti cittadini – ne aumentava le competenze anche in campo di sviluppo economico. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, prima dello scoppio della guerra, anche grazie a politiche di sostegno all’insediamento di imprese manifatturiere, furono circa quindici le imprese di dimensioni rilevanti che aprirono a Rovereto, cercando così di dare una pronta risposta al progressivo declino dell’industria serica.

Anche nel primo dopoguerra furono i comuni a farsi promotori della ripresa economica, e a Rovereto in particolare fu messo in campo un importante piano di incentivi che si poneva l’obiettivo di dare nuovo impulso al settore manifatturiero della città: nel 1926, per fare un solo esempio, si insediò in città il Cotonificio Pirelli.

Dopo le forti limitazioni all’autonomia dei comuni imposte dal regime fascista, che segnarono – insieme alla congiuntura internazionale – un rallentamento dello sviluppo economico e industriale, nel secondo dopoguerra la città di Rovereto tentò di portare avanti una propria via allo sviluppo, fondata ancora una volta su politiche di sostegno alla localizzazione industriale.

Protagonista di quella fase fu il sindaco Giuseppe Veronesi, che tramite una sintesi tra teorie keynesiane e solidarismo cattolico, elaborò una originalissima “teoria dello spendibile” che perseguiva l’obiettivo della piena occupazione rivendicando la vocazione industriale della città.

L’industrializzazione degli anni Sessanta e Settanta vide l’espansione verso l’area agricola delle “bine longhe”, a sud-ovest del centro storico, con l’insediamento di aziende come la Marangoni e la Grundig che segnarono profondamente quella fase. Non a caso, fu proprio la chiusura della Grundig (che dava lavoro a circa 1500 persone) a caratterizzare in modo netto la crisi degli anni Ottanta, durante la quale sembrò definitivamente chiudersi un ciclo di industrializzazione: in pochi anni si persero migliaia di posti di lavoro nel settore primario, e oltre alla multinazionale dell’elettronica chiusero i battenti aziende storiche come Piave, Montecatini, Pirelli, Alpe, Volani. Ma quella crisi epocale non mise la parola fine sulla vocazione industriale di Rovereto: gli sforzi congiunti della Provincia e del Comune si indirizzarono verso un progetto di reindustrializzazione che, grazie a forti incentivi all’insediamento nel polo realizzato all’ex Pirelli (ora sede di Trentino Sviluppo e cuore nevralgico del progetto Meccatronica) e successivamente nelle nuove aree industriali a sud, verso Mori Stazione, in pochi anni permise da un lato la localizzazione di nuove aziende, dall’altro la possibilità di rafforzamento di quelle già esistenti e sopravvissute alla crisi.

Fu una fase segnata da profonde contraddizioni, con atteggiamenti speculativi da parte di imprese che, una volta esauriti gli incentivi, così come erano arrivate, se ne andarono. Ma molte delle aziende che in quegli anni furono sostenute nel potenziamento, sono ancora oggi dei capisaldi dell’economia lagarina, come la Dana o la Luxottica, e segnano con la loro presenza il paesaggio industriale del territorio a sud della città: il quale, nel frattempo, è stato investito da un’ulteriore trasformazione, con la progressiva espansione su via del Garda delle attività commerciali che attraggono ogni giorno migliaia di consumatori verso nuove periferie.

Foto colori: Luca Chistè