Una volta qui era tutta industria

TRENTO

Nella seconda metà dell’Ottocento, Trento è una città che ancora non vede svilupparsi un sistema industriale moderno: con l’industria serica ormai in crisi, sono poche e di dimensioni ridotte le attività manifatturiere che hanno sede in una città di confine e all’epoca fortemente militarizzata.

Saranno da un lato la realizzazione della linea ferroviaria e la rettifica del corso del fiume Adige, e dall’altro l’introduzione dell’energia elettrica – frutto delle politiche modernizzatrici del podestà Paolo Oss Mazzurana – ad offrire a Trento la possibilità di ridefinire il proprio assetto urbanistico e di sviluppare nuovi settori industriali. Tra questi, inevitabilmente legato alle richieste dell’attività edilizia, il settore della fabbricazione e del commercio di laterizi, calce e manufatti in cemento, che vede – negli anni Novanta dell’Ottocento – la nascita di piccole ditte come quelle di Giorgio Paor e Felice Ambrosi. È in quegli anni che l’impresa Frizzera che ha sede in Santa Maria Maggiore e fino ad allora è stata dedita alla lavorazione e commercio di legnami, apre una fornace per la produzione di calce idraulica nella zona della Malvasia, e un impianto per la fabbricazione dei laterizi e della calce bianca a Piedicastello, in zona san Nicolò, che già nel 1898 chiede di poter “ampliare e modificare secondo i recenti migliori sistemi”. Anche grazie al sostegno del Comune – interessato ad avere in città un impianto che produca in loco materie per l’edilizia che fino ad allora venivano acquistate in Tirolo – Domenico Frizzera nel 1905 comincia dunque a sviluppare a Piedicastello un impianto moderno che concentra quasi tutte le fasi del processo, dalle cave per l’estrazione della materia alla fornace per la fabbricazione dei laterizi, fino alla nuova industria per la produzione del cemento Portland.

La prima guerra mondiale interrompe tragicamente uno sviluppo che aveva fatto diventare la fabbrica di Piedicastello la più grande impresa industriale trentina, simbolo della rinascita economica cittadina: dopo il blocco forzato e le distruzioni del pe- riodo bellico, nel 1919 la “Prima fabbrica trentina di Cemento Portland Domenico Frizzera” è messa in liquidazione e successivamente acquistata dalla “Società Bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce idraulica” dei fratelli Pesenti (dal 1927 rinominata “Italcementi”).

Il punto più alto della parabola di questo stabilimento si ha alla fine degli anni Cinquanta, quando sono più di 260 gli operai al lavoro nei tre forni e nella cava. Ma nel 1976 la cava, a seguito di una frana, viene chiusa e quei forni si spengono per sempre: rimane operativa solo l’attività di macinazione, che impiega meno di venti operai.

Nel 2005 l’area su cui sorge lo stabilimento diventa oggetto di una serie di operazioni immobiliari che la fanno passare dalla proprietà dell’Italcementi a quella della finanziaria trentina ISA, per arrivare poi alla società Piedicastello spa (costituita ad hoc dalla Cooperazione trentina) ed infine alla Provincia.

Nel 2013, l’intero edificio viene demolito: dei 280 mila metri cubi dello stabilimento, restano in piedi solo le due alte ciminiere, che si stagliano severe sullo sfondo della montagna.

Cinque anni dopo, l’area ex Italcementi è ancora vuota e la riflessione sulla sua futura destinazione non ha prodotto soluzioni certe, ma un ampio dibattito – nel perdurare della crisi immobiliare – sulla localizzazione di grandi funzioni urbane, sulla rigenerazione degli spazi dismessi e sul rapporto  tra la città e il suo fiume. Anche il futuro  delle due ciminiere rimane un’incognita, sospeso tra la definitiva demolizione e la loro messa in sicurezza per mantenere, nel paesaggio urbano di Trento, almeno un segno che dia testimonianza della storia di quell’industria e del suo profondo rapporto con la città.

Foto colori: Luca Chistè